Diritto Non Crimine

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Eventi e Iniziative, Risorse

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IL DIRITTO A DIFENDERE L’AMBIENTE
E I TERRITORI AI TEMPI DEI DECRETI SICUREZZA

Esce oggi su piattaforme e social, il report, a cura della rete In Difesa Di, su repressione e restringimento di spazi democratici in Italia, a danno di chi si occupa di difesa dell’ambiente e dei diritti.


Di seguito il link per scaricare il pdf

“investigate sulle margherite per invasione di campo
O sull’edera che si intrufola là dove le piace
Incriminate il cielo per la pioggia
Che ha fatto straripare il fiume
Arrestate il gabbiano per volo non autorizzato
Tracciate un confine per racchiudere il mare
Chiedete ad una montagna di cambiare altitudine
Azzardatevi ad impedire ad una donna libera di esprimersi”

Traiamo spunto da questo brano pubblicato sull’Abbecedario dei Soulevements de la Terre non a caso, giacché le pratiche di quel movimento francese alternano disobbedienza civile, mutualismo, forme di assemblearismo nei processi decisionali che superano la tradizionale dicotomia tra orizzontalità e verticalità, creazione di modelli alternativi di produzione e cura del territori, elaborazione teorica ispirata al biocentrismo, alle culture decoloniali
e transfemministe.

È l’intersezionalità che caratterizza oggi i Soulevements
e molti soggetti sociali e movimenti per la giustizia climatica ed ecologica. La partecipazione di Greta Thunberg alla Flotilla per Gaza è forse la rappresentazione più nota e popolare della presa di coscienza dell’intersezionalità delle vertenze climatiche con altre forme di oppressione e violenza episte-
mica. Anche nel nostro paese si è registrato , nel periodo da quando venne pubblicata la prima versione del rapporto sulla criminalizzazione dell’attivismo climatico in Italia Diritto non crimine, un simile spostamento progressivo dal contrasto all’emergenza climatica alla partecipazione attiva ai movimenti per il disarmo, contro l’industria bellica, o contro il genocidio a
Gaza.

I movimenti per la giustizia climatica si sono trovati così ad affrontare modalità di repressione e di restrizione degli spazi di agibilità finora inediti per le loro esperienze pregresse. Se da una parte infatti i movimenti per la
giustizia climatica hanno tradizionalmente fatto affidamento alle strategie di disobbedienza civile, ed azione diretta nonviolenta, dall’altra hanno acquisito conoscenza e praticato altre modalità di esercizio del loro diritto alla libertà di espressione, proprie dei movimenti di massa che agiscono e praticano nello spazio pubblico.

Per chi si occupa, come gli autori ed autrici di questo rapporto, della tutela dei difensori dei diritti umani e dell’ambiente, che siano soggetti singoli o collettivi, questo elemento rappresenta un fattore
di gran rilevanza giacché comporta la necessità di una nuova analisi delle risposte possibili ritagliate a misura delle minacce, e delle modalità di repressione o delegittimazione. Ad esempio il ricorso strumentale all’ uso dell’antisemitismo come pretesto per reprimere, delegittimare o restringere l’agibilità dei movimenti in sostegno al popolo palestinese investe ora anche coloro che dai movimenti per la giustizia climatica sono progressivamente
confluiti nelle piattaforme e nelle mobilitazioni contro il genocidio.

dall’introduzione “DA GAIA A GAZA” a cura di FRANCESCO MARTONE RETE IN DIFESA DI



Il conflitto è il fondamento della democrazia, ne costituisce l’essenza, la rende viva, al-
trimenti“la vita pubblica s’addormenta” e “diventa apparente” (Rosa Luxemburg);

con la mobilitazione e l’attivismo che reca con se sconfigge l’apatia, la passività, favo ́ –
rendo la partecipazione, che della democrazia e il cuore. ̀
[…] La Costituzione disegna una democrazia conflittuale, che esprime il conflitto,
lo riconosce, e si proietta verso la trasformazione della società.
È grazie ai conflitti che nascono i diritti, si esercitano e si preservano”

Eppure i più avveduti lo avevano avvertito da tempo: con determinazione, governi di diverso colore e schieramento, in questo Paese, hanno perseguito un unico disegno: restringere, prima, e chiudere poi ogni spazio di conflitto. Ci sono riusciti. A loro dire, i governanti sarebbero stati costretti a ricorrere a una successione di decreti-legge che, pur con finalità di volta in volta diverse, avevano tutti un obiettivo dichiarato: garantire la sicurezza dei cittadini.

Il meccanismo è noto. Accrescere la paura, alimentare l’insicurezza,
perché — come scriveva Leonardo Sciascia nel 1982 — «la sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini». Far credere che un futuro migliore passi attraverso misure restrittive, divieti, obblighi e doveri; attraverso emergenze che, per definizione temporanee, non sono mai finite.

Di emergenza in emergenza, di decreto sicurezza in decreto sicurezza, da almeno quarant’anni vengono minate le fondamenta della Carta costituzionale del 1947: il punto più alto di mediazione tra interessi legittimi rap-
presentati dalle forze politiche di allora, di cui oggi sembra essersi persa ogni traccia.Ogni emergenza e ogni decreto che ne è seguito non sono stati altro che il segno dell’incapacità — allora come oggi, ancor più oggi — di dare risposte alle condizioni di vita sempre più precarie e, queste sì, sempre più insicure di donne e uomini, e in ultima istanza allo stato del mondo che abitiamo. In questo quadro si colloca il presente report.

Un lavoro che, come emerge con chiarezza dal contributo di Livio Pepino, non può che porsi l’obiettivo di contrastare la violenza delle leggi e dei comportamenti di chi è chiamato ad applicarle, riaffermando un fondamento essenziale della democrazia: il diritto al conflitto e il diritto, costituzionalmente garantito, a resistere.

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da “CONFLITTO E RESISTENZA. IL SALE DELLA TERRA”

a cura di OSSERVATORIO REPRESSIONE

QUI è possibile scaricare il volume