Lützi ViVe! un articolo di Francesco Martone

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“ Lutzi bleibt!” si legge sulle barricate, i treppiede a bloccare le strade di accesso, le abitazioni del piccolo villaggio di  Lützerath in Germania asceso alla notorietà dei media nazionali e internazionali per la strenua lotta di migliaia di attivisti e attiviste accorse per bloccare la distruzione del piccolo villaggio per l’allargamento di una enorme miniera di carbone a cielo aperto dell’impresa RWE. Negli stessi giorni un singolare cortocircuito spazio-temporale ha messo in connessione la Zone À Defendre (ZAD) di  Lützerath con gli indigeni Co’fan feriti dalla polizia ecuadoriana intenzionata a mettere fine alla loro resistenza contro le attività di Petroecuador nei loro territori in Amazzonia,1 o con gli attivisti che ad Atlanta in Georgia si erano accampati per proteggere una foresta urbana e sono stati attaccati violentemente dai SWAT teams ed accusati di terrorismo 2. Uno di loro è stato ucciso dalle forze di polizia in circostanze ancora da chiarire. O con l’assassinio di Alí Magdaleno Domínguez e  Jairo Bonilla, leader di un movimento contro le miniere, uccisi a Guapinol in Honduras mentre tornavano a casa3. O con l’arresto di cinque difensori dell’acqua in El Salvador. Oppure con le decine di attivisti ed attiviste di Ultima Generazione ed Extinction Rebellion criminalizzati 4 per le loro azioni dirette nonviolente mirate a denunciare i colpevoli ritardi nell’attuazione di politiche di decarbonizzazione ed i rischi connessi al ricorso a “false soluzioni” alla crisi energetica ulteriormente esacerbata dal conflitto ucraino. Non che nel nostro paese questa sia una novità visti i precedenti dei movimenti No TAV, No TAP e delle Mamme anti PFAS. Eppure, chi difende la terra viene considerato dalle Nazioni Unite alla stregua di un difensore dei diritti umani e quindi andrebbe protetto e tutelato.5 A maggior ragione se – come nel caso dell’Italia – si è tenuti a applicare, in quanto stato membro, le linee guida dell’OSCE-ODHIR sui difensori dei diritti umani. 6 Tutti questi casi rappresentano la punta di iceberg di una contro-geografia delle resistenze e pratiche alternative che si sovrappone e sfida la geografia dominante delle relazioni di potere tra stati, popoli, del rapporto predatorio tra capitale ed ecosistemi. E’ quel popolo che finora era mancato – “le peuple qui manque” di cui parlava Gilles Deleuze – ora impegnato in un atto creativo collettivo e comune in difesa della Madre Terra. Sono queste singolarità e queste moltitudini che alimentarono in occasione della Conferenza delle Parti dell’UNFCCC a Parigi nel 2015 un movimento di movimenti plurale e senza precedenti, intersezionale, antipatriarcale, decoloniale ed anticapitalista che riempì le strade della capitale, sfidando le restrizioni e lo stato di polizia all’indomani della strage del Bataclan, E che da allora lanciò la sfida, una linea rossa per arrestare in ogni parte del globo l’avanzata del capitalismo fossile.

NON DIFENDIAMO LA NATURA, SIAMO NOI LA NATURA CHE SI DIFENDE”

Quella che Naomi Klein ha chiamato Blockadia7, è una rete globale di azioni, movimenti, spazi di azione diretta e resistenza che tracciano una linea rossa immaginaria per fermare l’espansione della frontiera dei combustibili fossili e l’estrazione di materie prime da ecosistemi fragili. Il ruolo chiave di questi movimenti nel contrastare il cambiamento climatico e nel contribuire alla protezione dei cicli climatici è evidente dai dati prodotti dall’Atlante della giustizia ambientale8, che ha mappato le iniziative e le azioni contro l’estrazione e l’uso dei combustibili fossili e le “false soluzioni” al cambiamento climatico, per un totale di 160 casi di mobilitazioni contro l’estrazione, la raffinazione o la liquefazione di petrolio e gas in 46 Paesi. Dati pubblicati da Oilchange e dall’Indigenous Environmental Network 9sull’impatto della resistenza dei popoli indigeni a 20 progetti di estrazione e trasporto di combustibili fossili in Canada e negli Stati Uniti negli ultimi 10 anni dimostrano che queste azioni e blocchi hanno fermato o ritardato l’inquinamento da gas serra per un equivalente di almeno il 25% delle emissioni annuali di Stati Uniti e Canada. Sono dati che vanno poi sovrapposti a quelli relativi alla progressiva restrizione degli spazi di agibilità e alla criminalizzazione dei movimenti per la difesa della terra in ogni parte del mondo e che vanno letti in prospettiva, giacché ogni forma di repressione di fatto presuppone una pratica di conflitto o resistenza.

Esiste un nesso indissolubile (…) tra l’attuale fase del capitalismo estrattivista, la sua espansione, la distruzione dell’ambiente della Madre Terra in ogni parte del Pianeta, la repressione e la securitizzazione dello spazio pubblico, e la criminalizzazione di chi difende la terra, della famiglia umana presente e futura. “. 10

Nel 2020 Global Witness ha registrato 200 omicidi di difensori e difensore della terra, gran parte indigeni, principalmente in paesi come Brasile, Colombia, Filippine; Messico e connessi per lo più alla loro resistenza ad attività estrattive o progetti infrastrutturali. 11 1700 sono stati i difensori della terra uccisi negli ultimi 10 anni. Cifre che nella loro drammaticità forniscono un quadro non certo esaustivo delle migliaia di conflitti ambientali in corso nel Pianeta. Tasselli di una guerra globale permanente e nascosta contro i difensori della terra e strategie di repressione ormai comuni seguite dagli stati per proteggere gli interessi delle grandi corporations. A maggior ragione ora che l’attacco ai difensori della terra non è più ormai solo caratteristica propria degli stati del cosiddetto “Sud del Mondo”, ma si estende a macchia d’olio, incurante dei confini nazionali, seguendo le stesse logiche e dinamiche dei mercati globali. Negli Stati Uniti, ad esempio, dove le accuse di terrorismo contro attivisti ambientalisti e per i diritti degli animali sono aumentate del 388 percento dal 2017 con una punta massima registrata nel 2020. O in Europa 12al punto che di recente è stato deciso di istituire una funzione specifica di relatore speciale per i difensori dell’ambiente, nella persona dell’ex-Relatore Speciale ONU sui Difensori dei Diritti Umani, Michel Forst. 13 O in Canada dove la resistenza della First Nation Wet’suwet’en alla costruzione della Coastal GasLink pipeline (costruita dall’italiana Bonatti) 14 viene repressa con forza dalle Giubbe Rosse in assetto militare anti-insurrezione. Uno schema che si era già presentato nel caso della resistenza di Standing Rock contro la Dakota Access Pipeline (DAPL), dove le forze di polizia si erano presentate in puro stile paramilitare. Le strategie di repressione e criminalizzazione divenute ormai transnazionali, dal lawfare, alla restrizione della libertà di movimento, all’uso indiscriminato delle SLAPPS (o querele temerarie) alla delegittimazione, ai casi estremi di omicidio, divengono così destino comune di quei movimenti che, nella sfiducia ormai conclamata verso le decisioni dei governi e delle istituzioni internazionali, e nella legittima opposizione verso le proposte avanzate dai mercati e dalle imprese, praticano un netto salto di qualità nelle tattiche di mobilitazione e resistenza. 15In Germania la resistenza della ZAD di  Lützerath è ispirata al precedente vittorioso della ZAD di Notre Dame des Landes in Francia 16 e connessa alla comunità spontanea di resistenza nella foresta di Hambacher 17 schierata in prima linea per bloccare l’espansione della megaminiera di carbone di Garzweiler da anni nel mirino delle proteste di massa, e delle occupazioni del movimento Ende Gelaende.18 Un elemento interessante di queste strategie di mobilitazione è quello del radicamento sui territori da difendere e della sovrapposizione tra tattiche di confronto diretto e costruzione di comunità e così facendo della creazione di nuovi mondi 19. Resistenza e creazione di forme inedite del “comune”. Comunità spontanee e spesso transnazionali che prefigurano e mettono in pratica i modelli di società, di relazione, di rapporto tra umano e vivente, di autogestione e democrazia radicale. E in tutti questi casi la risposta degli stati è stata simmetrica: alle pratiche destituenti e costituenti si contrappongono tattiche di delegittimazione, criminalizzazione e repressione poliziesca: chi difende la terra di volta in volta diventa nemico del progresso, nemico della transizione energetica, nemico dello stato, terrorista, vandalo. Eppure sono queste moltitudini a rappresentare, come sottolineano Viveiros De Castro e Danowski , il migliore antidoto e la migliore risposta alle narrazioni apocalittiche della fine del mondo. Quel popolo “capace di opporre resistenza al presente e di creare così una nuova terra”20 impegnato in quella che nella sua reinterpretazione di Fischia il Vento Marc Ribot definisce l’unica lotta, quella di assicurarci la possibilità di un futuro.

Note

https://conaie.org/2022/04/29/la-comunidad-del-milenio-ai-dureno-resiste-a-la-explotacion-petrolera-de-petroecuador/?fbclid=IwAR19ojg_OTMiWJoW83sWaofI7kEpG-Tn8SAGMVhRN4dD9RSxoJXI56jyY_g

https://towardfreedom.org/story/archives/americas/swat-teams-attack-atlanta-forest-encampments-activists-charged-with-terrorism-in-movement-to-stop-cop-city-police-training-facility/