Shrinking space: quali spazi per i difensori dei diritti umani?

Venerdì 27 ottobre  la rete “In Difesa Di – per i diritti umani e chi li difende” e Un Ponte Per…, in occasione del Salone dell’Editoria Sociale a Roma, presenteranno l’evento “Difensori dei diritti umani sotto attacco”.

L’iniziativa intende favorire uno scambio di riflessioni sul tema del cosiddetto shrinking space (la restrizione degli spazi di agibilità), l’emergenza dell’attacco ai difensori/e dei diritti umani a livello globale ed europeo, e una ricognizione della situazione nel nostro paese a partire dalle recenti strategie di criminalizzazione delle ONG e delle attività di solidarietà con i migranti.

Parteciperanno alla discussione:

  • Francesco Martone (portavoce della rete In Difesa Di)
  • Ben Hayes e Frank Barat (Transnational Institute)
  • Carlotta Besozzi (Civil Society Europe)

Modera l’evento Domenico Chirico (Un Ponte Per).

Quando: 27 ottobre 2017, ore 19.45 – 21.15

Dove: Salone dell’Editoria Sociale, Porta Futuro: Via Galvani 108, 00153 Roma (Sala B)

 Cosa si intende per shrinking space?

In un suo editoriale per la rivista statunitense Harper’s, la scrittrice e attivista Rebecca Solnit si cimenta con il tema dello spazio. Spazio fisico di agibilità, e spazio immateriale di compressione dei diritti. Tutto il potere, dice “può essere inteso in termini di spazi. Spazi fisici, come anche le economie, le conversazioni, la politica – tutto può essere inteso come aree occupate inegualmente. Una mappa di questi territori costituirebbe una mappa del potere e dello status. Chi ha di più e chi ha di meno”, ed il”dominio dello spazio e del territorio da parte di chi ha potere può essere chiamato violenza strutturale”.

La teoria basagliana definiva questa violenza strutturale come “crimine di pace”, altri la chiamano semplicemente, “necropolitica” termine coniato dal sociologo africano Achille Mbembe assieme a quello di “biopotere”. Spazi che si chiudono nella tenaglia tra “necropolitica” e “biopotere”. In gergo il termine usato è “shrinking space”: un’espressione che però rischia di rielaborare un’urgenza ed un’emergenza politica globale in maniera asettica e per questo “depoliticizzata”.

Chi è responsabile del restringimento di questi spazi di agibilità? Chi li occupa e popola quegli spazi? Solo quella che si può considerare secondo norma la società civile? In realtà anche la scelta delle terminologie ormai diventate ricorrenti tra fondazioni e agenzie di cooperazione, rischia – come sottolineato in un dossier del Transnational Institute che ha un programma di lavoro sul tema  – di invisibilizzare ancor di più quello che già di per sé è invisibile, chi quotidianamente lotta e resiste per i propri diritti e quelli della collettività.

Ad aprile di quest’anno CIVICUS ha reso noti i dati raccolti nel corso del 2016. La loro pubblicazione ha un titolo eloquente People Power under Attack” (il potere del popolo sotto attacco). Secondo CIVICUS, solo il tre percento della popolazione mondiale vive in paesi dove lo spazio di agibilità ed iniziativa civica può considerarsi “aperto”. Sono ben 106 i paesi dove chi si mobilita pacificamente rischia la galera, la morte o la repressione. Dei 195 paesi monitorati da CIVICUS in 20 lo spazio di agibilità è chiuso, represso in 35, ristretto in 63, ed “aperto” in solo 26. Oltre sei miliardi di persone vivono in paesi dove l’agibilità politica e civica è chiusa, repressa o ostruita.

I dati di CIVICUS rivelano con chiarezza la responsabilità degli apparati di stato nell’assalto sistematico a chi, individui o movimenti, critichi l’autorità, svolga attività di monitoraggio dei diritti umani, o rivendichi i proprio diritti sociali ed economici. Il più recente rapporto sullo stato della società civile nel mondo sempre a cura di CIVICUS, va oltre e identifica nella crescita del populismo e dell’estremismo sciovinista una delle cause dell’aumento della sfiducia verso la società civile, pretesto per attacchi allo spazio di agibilità civica.

E l’Italia? Secondo il rapporto di CIVICUS lo spazio di agibilità ed iniziativa “civica” in Italia si è “ristretto” e tende verso il livello di “ostruzione”, ben lontano dagli standard di “spazio civico aperto” di altri paesi membri della Unione Europea. Altri paesi dove si registra una “restrizione” dello spazio di agibilità sono gli Stati Uniti, il Canada, Cile, Argentina, Spagna, Francia, Corea del Sud, Giappone, Sudafrica, Australia, Zimbabwe oltre ad altri paesi africani.

La recente campagna di criminalizzazione delle organizzazioni non governative e della società civile che fanno soccorso in mare, o chi fa azioni di solidarietà con migranti e rifugiati, sono una manifestazione parossistica di una tendenza che si sta insinuando anche nel nostro paese. Esempi come la criminalizzazione e intimidazione verso comitati e movimenti per la protezione dell’ambiente e del territorio (ad esempio No TAV o No TAP), le minacce a giornalisti o avvocati da parte della criminalità organizzata, o la proposta di legge per la criminalizzazione della campagna BDS e di chi la sostiene, mostrano come anche in Italia sono i primi sintomi di una dinamica preoccupante.

Sempre secondo CIVICUS, nel nostro paese nella prima metà del 2016 le principali libertà civili di associazione, riunione ed espressioni sono generalmente rispettate, ma sussistono alcune problematiche. Dalla discrezionalità nelle operazioni di ordine pubblico, all’uso eccessivo della forza in occasione di proteste di piazza. Occasionalmente difensori e difensore dei diritti umani soffrono minacce e intimidazioni. Nella prima metà del 2016 inoltre sono state registrate ben 221 violazioni del diritto alla libertà di espressione, una situazione ulteriormente aggravata da casi di intimidazione verso giornalisti. Più di recente, un dossier di Civil Liberties Union for Europe intitolato “Participatory democracy under threat:
Growing restrictions on the freedoms of NGOs in the EU” denuncia le campagne di delegittimazione e gli attacchi ad organizzazioni nongovernative anche in Italia, associando il nostro paese ai casi di Bulgaria,Croazia,Ungheria, Romania, Polonia, e riportando anche come pratica discriminatoria la creazione dell’albo delle ONG che operano per il salvataggio di migranti in mare. Anche il rapporto biennale 2015-2016 prodotto dall’OSCE relativo alla situazione dei difensori dei diritti umani nei paesi OSCE riporta alcuni casi relativi all’Italia tra cui le denunce di un’organizzazione di donne ROM e sottolinea anche i rischi per la libertà di associazione rappresentati dall’attuale legislazione sulle manifestazioni di piazza, e l’obbligo di notifica preventiva.

Per approfondire: